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I corsi di creatività sono sempre appassionanti, ti danno sempre spunti nuovi. È difficile però cambiare un approccio mentale. Credo che, più che insegnare la creatività, sia necessario accompagnare le persone all’esperienza dalla creatività. Si tratta, in un certo senso, di insegnare, la libertà.

In cosa consiste un corso di creatività aziendale? Mi ricordo quelli a cui ho partecipato negli anni passato e ancora mi lasciano un misto di entusiasmo e di dubbio. Da un lato mi piacciono perché offrono sempre delle nuove possibilità da sperimentare, dall’altro ho sempre la sensazione che manchi qualcosa. Che ci sia un aspetto della creatività che sembra essere irraggiungibile se affrontato da un punto di vista razionale.

Mi dico che forse sono ancora troppo legata all’immagine stereotipata del creativo che da solo si mette a fantasticare e di colpo ha l’illuminazione. Una visione che mi fa sentire ingenua e sciocchina e che cerco perennemente di allontanare da me.

Un corso di creatività che non fa i conti con la realtà

Il punto è che poi bisogna fare i conti con la realtà e le modalità con le idee ci arrivano in mano è molto diversa dalle previsioni dei corsi. So bene come arriva l’idea. O meglio, non ho ancora capito del tutto come funziona il processo, ma conosco quello che avviene in quegli istanti.

La scena della “creazione” avviene così:

  • passi del tempo a studiare una tematica o un progetto o un cliente, possono essere un’ora come giorni o settimane, non c’è una conseguenza diretta determinata dal tempo
  • a un certo punto brancoli nel buio, a volte ti fai assalire dall’ansia altre volte sei coinvolto e ti annoi
  • la mente si stufa di scandagliare tutti i suoi angoli e va in stand by, si spegne un pochino, rallenta, si lascia andare al niente: si entra nella fase zero pensieri. Questa fase può accadere in qualsiasi momento: quando sei solo al lavoro, mentre stai parlando del progetto stesso con un collega, sotto la doccia, in macchina, mentre cammini o corri, anche cucinando.
  • inclini la testa leggermente, lo sguardo è fisso e perso nel vuoto, se ti vedesse qualcuno probabilmente si preoccuperebbe di avere il cellulare sottomano per chiamare soccorsi visto che ormai è chiaro che l’ictus è imminente
  • scatta la magia: in testa si compone un puzzle e tu dici “ecco, facciamo così”, lo sguardo si riallinea e inizia a confezionare l’idea in testa, a fissarla e renderla fattibile.
  • torni in te e sei profondamente felice

Quindi? Come si fanno a fare i corsi di creatività in azienda se poi il set la per creazione delle idee è questo? Cosa facciamo: accendiamo un incenso e ci spariamo 4 ore cantando un mantra? Passiamo alle sostanze psichedeliche? Forse.

Cambiamo le regole e facciamo un corso di creatività diverso

La cosa pazzesca è che anche la psichiatria e la psicologia sostengono che l’atto creativo è un processo non convenzionale, ha un che di magico. La conferma arriva da Silvano Arieti, uno degli psichiatri italiani più importanti e noto soprattutto per i suoi studi sulla schizofrenia.

La creatività è fenomeno profondamente magico.
La persona creativa rimane depositaria di un segreto che non può rivelare né a se stessa né agli altri. Quello che non è più un segreto è il modo in cui il suo processo creativo si svolge, raggiunge la sua conclusione, e quali condizioni facilitino la sua comparsa”.

[essa emerge] improvvisamente, inaspettatamente, di getto, come in un lampo; durante la meditazione, la contemplazione, il fantasticare, il rilassamento, l’assunzione di droghe, i sogni […].
– Silvano Arieti, “Creatività. La sintesi magica”, 1979

E non è il solo ad andare in controtendenza rispetto all’approccio iper-razionalista e scientifico in cui siamo immersi. Umberto Galimberti, famoso filosofo e psicoanalista italiano, in un articolo di Psicologia Contemporanea dell’anno scorso, scrive che le condizioni che favoriscono il processo creativo sono: la capacità di stare da solo per ascoltare il proprio mondo interno (alla faccia dei team e degli open space), l’inattività (e su questo neppure facciamo paragoni) e l’“ingenui­tà”, che ha una radice latina che viene da “in-genuus”, “nato libero”. Da cosa?

…da tutti i condizionamenti, soprattutto mentali, che fanno apparire il mondo entro uno schema interpretativo che annulla sul nascere la sorpresa del mondo.
– Umberto Galimberti, Psicologia Contemporanea, giugno-novembre 2022

Un nuovo corso di creatività aziendale per manager e professionisti

Allora mi sono chiesta: cosa farei io in un corso di creatività in azienda per consentire a professionisti, tecnici e imprenditori di imparare a conoscere quella condizioni di libertà mentale che permette trovare nuove soluzioni creative?

  1. Un po’ di teoria realistica sulla creatività.
    Sicuramente preparerei un racconto sulla creatività, per spiegare come non si tratti mai di qualcosa di definito. Se lo fosse non avrebbe la possibilità di produrre idee che vanno oltre il conosciuto. Stiamo parlando di pensiero divergente, va fuori dallo schema, dal noto, dal preconfezionato: se lo inscatolo in una pianificazione e do percorsi rigidi ho incanalato il pensiero e dove c’è maggiore timidezza, sfiducia e paura di esporsi il pensiero si ferma.
  2. Esercizi non per imparare, ma per abituarsi.
    Utilizzerei sicuramente una serie di tecniche che facilitano la formazione delle idee, ma soprattutto che permettono di creare dei piccoli trampolini per passare a un approccio mentale “creativo”. Questo serve soprattutto per sperimentare cosa si prova a creare e abituarsi a quella sensazione. Ci sono poi degli esercizi per sciogliere la mente, quasi come la corsetta prima di un allenamento specifico. Aiutano anche ad alzare il ritmo e abbassare i freni inibitori, divertono e ci mettono in una posizione di relax.
  3. Serve un outfit creativo.
    Chiederei a tutti i partecipanti di venire in tuta, in pantaloncini, in vestiti da casa o di quando si va a fare sport o un hobby, e io mi vestirei uguale. È uno spazio fuori dal lavoro, fuori dagli schemi abituali. Se sono già tutti al lavoro farei togliere la giacca, sbottonare un po’ la camicia e tirare su le maniche: è festa creativa e alle feste tra amici non si va tutti impettiti.
  4. Svilupperei una routine per creare una parola magica.
    È una pratica ormai riconosciuta che si basa sul creare una relazione tra uno stato mentale e una parola. Quest’ultima va utilizzata al bisogno per innescare una reazione automatica che richiama lo stato a cui è associata. È una sorta di parola magica che, in questo caso, può innescare il meccanismo creativo. Quando la pronuncio mi attivo per lavorare creativamente. La parola magica diventa uno strumento concreto da portare a casa e utilizzare sia al lavoro che nella propria vita quotidiana.
  5. Insegnerei la meditazione.
    Uno degli ostacoli più grandi della creatività è l’overthinking, ovvero quell’affollamento di pensieri a cui oggi tutti siamo così abituati da non farci neppure caso. Il problema è che questo continuo flusso di pensieri, che spesso sfocia anche nel rimuginio, non permette alla mente di muoversi in uno spazio libero dai condizionamenti. Le idee, infatti, non arrivano nel flusso, non le trovi tra i pensieri, ma emergono dal vuoto. È quando la mente si ferma o si distrae da quel continuo vociare che possiamo creare. La meditazione, mindfulness nella sua versione scientifica occidentale, aiuta a fare questo: piano piano ci quieta e ci permette di fare un po’ di spazio alla nascita delle idee che all’inizio solo piccole e fioche. Le idee sono lucciole, non manifesti pubblicitari.
  6. L’ambiente deve uscire dallo schema conosciuto.
    Quello che vediamo e viviamo quotidianamente innesca sempre dei comportamenti: se in ufficio siamo abituati a ragionare in un certo modo, non possiamo pensare di cambiarlo di punto in bianco. Per questo sarebbe ideale fare gli incontri all’aperto, camminando, in un’area pic-nic o con un tavolo vicino a un bosco, in un luogo dove sono attivati tutti i sensi. Questo fa sì che la nostra mente sia distratta e non pensi ossessivamente al progetto o come deve comportarsi nel team.
  7. Piccole attenzioni creative.
    Servono anche queste perché non si tratta di aggiungere strumenti e risorse per inventare cose nuove, ma di cambiare l’intero set mentale: bibite, pizzette, profumi, accessori esotici, giochi e rompicapo da utilizzare mentre si lavora, un gatto, della buona musica.

 

Cambia l’approccio: non otteniamo gli stessi risultati, con le solite premesse

È questo l’approccio che uso con le persone o i gruppi con cui lavoro: non ci sono formalismi, mi vesto in modo semplice, rido, gioco, do del tu a tutti, soprattutto non giudico né mi permetto di dire cosa sia giusto o sbagliato.

Faccio esattamente quello che dice di fare il padre della creatività Edward De Bono: cambio gli elementi noti che stanno alla base. Non insegno a nessuno a essere creativo, lo siamo tutti. Ciò che faccio è accompagnare le persone a esprimere la creatività utilizzando la mia come trampolino.

Nel momento in cui si avvia il processo impariamo piano piano ad abituarci a quel senso di libertà e a replicarlo il più possibile fino al punto da poter decidere liberamente quando attivarlo e quando no.

Questo è il blog La Ricerca della Creatività:

un viaggio tra strumenti, approcci e riflessioni per avere nuove idee per scoprire cos’è veramente la magia più potente del mondo: la creatività.

#COMUNICAZIONE, #SCRIVERE, #CREATIVITÀ, #STORYTELLING, #COLORE

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